Odio i tramonti rossi d’ estate.
Col loro lento appassire
sembrano volermi ricordare
che anche le cose belle hanno fine.
Anche quel picnic nel prato del ’98.
Anche quella corsa sotto i portici del centro.
Credo nella pioggia piuttosto: lei si, che
sola, col suo scalpitante galoppare,
sembra sussurrarmi: “abbi fede,
non lasciar cadere le speranze”.
Con la sua folle costanza
trapuntata di frivolezza
sembra volermi suggerire
l’importanza della battaglia.
Ma io non sono né tramonto né pioggia.
Cerco di catturare
la bellezza dell’uno e la forza dell’altra,
ma non riesco che a coglierne
la malinconia e la volubilità,
perdendo, come Don Chisciotte,
la mia quotidiana battaglia
contro i mulini a vento.

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